L’insostenibile leggerezza di Confindustria

Nella discussione sulla riforma del mercato del lavoro, necessaria secondo il governo (e non solo) per accrescere l’occupazione tramite la flessibilità in uscita e per garantire più equità con un nuovo welfare, c’è stata finora una tangibile presenza dei sindacati, pur schierati su posizioni fra loro diverse, come anche di Rete Imprese, associazione che rappresenta invece le piccole imprese e il commercio.
17 AGO 20
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Nella discussione sulla riforma del mercato del lavoro, necessaria secondo il governo (e non solo) per accrescere l’occupazione tramite la flessibilità in uscita e per garantire più equità con un nuovo welfare, c’è stata finora una tangibile presenza dei sindacati, pur schierati su posizioni fra loro diverse, come anche di Rete Imprese, associazione che rappresenta invece le piccole imprese e il commercio. Finora chi sembra riuscito meno a far valere la propria agenda riformatrice è stata sicuramente la Confindustria di Emma Marcegaglia. L’associazione di Viale dell’Astronomia alza a stento la voce, tranne quando si tratta di formulare richieste su maggior sostegni finanziari pubblici (sia relativamente a quelli vecchi della Cassa integrazione straordinaria sia relativamente a quelli nuovi per le indennità di licenziamento).

Sulla modifica dell’articolo 18, e in particolare sul capitolo dei licenziamenti per motivi disciplinari, la Confindustria sembra troppo disponibile nei confronti della mediazione emersa finora dal lavoro del ministro Elsa Fornero, secondo cui, in questi casi, la sceltra tra indennizzo del lavoratore licenziato e reintegro sarà rimessa al giudice. Si cita, a conforto di questa soluzione, il modello tedesco. Ma in questi casi ci si dimentica che in Germania non esiste quell’articolo 18 che in Italia ha generato una giurisprudenza consolidata. Una giurisprudenza per cui, per dire, è quasi impossibile il licenziamento per ripetuto assenteismo o per reati di furto commessi fuori dall’azienda. “L’accordo – ha detto ieri il presidente del Consiglio Mario Monti – è in dirittura d’arrivo. L’esecutivo ha sempre considerato la riforma del mercato del lavoro una priorità della sua azione e uno strumento essenziale per offrire nuovo impulso alla crescita del paese.

Anche per questo considera positivamente lo spirito di collaborazione e il contributo di idee offerto sin dal primo momento dalle parti sociali”. Tutto giusto e tutto condivisibile. Ma la verità è che se alla fine dell’iter sulla riforma del mercato del lavoro la decisione sulla ammissibilità del licenziamento disciplinare sarà rimessa al giudice senza nuove norme interpretative – e se il governo non darà luogo a nuovi interventi per abbreviare l’iter processuale – la situazione rischia di non mutare abbastanza rispetto a quella attuale.

Eppure, per fare un esempio, Fiat è dovuta uscire da Confindustria per potere fare contratti aziendali che contemplassero la semplice possibilità di gestire in maniera più efficiente orari, turni e salari. Non solo: la stessa Marcegaglia nel settembre scorso aveva siglato un accordo con i sindacati finalizzato a sterilizzare l’articolo 8 del decreto dell’agosto 2011, quello che consentiva anche i licenziamenti disciplinari sulla base di contrattazioni aziendali. “In un momento così difficile del paese – ha detto due giorni fa la presidente di Confindustria – non bisogna alimentare tensioni. E personalmente credo che dobbiamo fare una buona riforma del mercato del lavoro, ed una buona riforma riguarda anche l'articolo 18. Noi – ha aggiunto – stiamo lavorando tutti in base a quello che ci ha chiesto la Banca centrale europea e sappiamo che una buona riforma non può essere fatta senza una particolare attenzione sulla flessibilità in uscita”.

Anche qui, in linea di principo, Marcegaglia fa un ragionamento lineare. Ma a parole è molto facile pontificare. E la verità è che sul nodo principale della riforma Confindustria non fa sentire come dovrebbe la sua voce, lasciando supporre che non avrebbe alcuna remora a lasciare in vigore l’attuale legislazione sul capitolo dei licenziamenti. Bisogna ricordarlo sempre: il tema della produttività del lavoro, nel modello tedesco, riguarda sopratutto i contratti aziendali. E su ciò Confindustria, francamente, si è resa protagonista di un silenzio assordante.